Militaria, Fortificazioni, Antica Mappa Topografica, Alesia, Incisione Dell800

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ALESIA

 

MANDUBIORUM OPPIDUM A CESARE OBSESSA

 

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Interessante antica edizione,

 mappa topografica con evidenziate posizioni difensive e antiche fortificazioni;

 

 


misura circa cm. 16x21  (la sola parte figurata), su foglio di circa cm. 21x25; incisione originale all'acquaforte, probabilmente edita in origine come tavola illustrativa fuori testo di una antica opera storica o di viaggio della prima metà dell'800 (1820 ?).

 

 

 

 

 

 

DI INTERESSE GEOGRAFICO, STORICO, STORICO-LOCALE, MILITARE, COLLEZIONISTICO 


Discreta conservazione generale, segni e difetti d'uso e d'epoca, sparse fioriture e sgualciture e difetti vari marinali e così come visibili nelle immagini allegate, presente un alone di vecchia ossidazione, tipo gora, e usuali piegature con difetti alle stesse, eventualmente meritevole di restauro, comunque fascinosa nel suo evidente vissuto bicentenario, almeno


stampa meritevole di essere inserita sotto passpartout ed incorniciata.

 

(l'immagine allegata raffigura un particolare dell'intero foglio, eventuali ulteriori informazioni a richiesta)


 

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Alesia fu una città gallica, di discussa collocazione, che venne assediata da Giulio Cesare e fu sede nel 52 a.C. di una decisiva battaglia nella sua campagna di conquista della Gallia.

La posizione della città e le vicende dell'assedio e della battaglia sono descritte tra i paragrafi 69 e 90 del Libro settimo del De bello gallico cesariano.

 

La città era all'epoca il centro principale della tribù gallica dei Mandubi ed era considerata città sacra, dove sorgevano i templi dedicati alle principali divinità celtiche. Sia per la sua posizione naturalmente fortificata e sia per essere protetto da un forte situato in cima ad una collina, era un ben difeso oppidum.

(LA)
«Ipsum erat oppidum Alesia in colle summo admodum edito loco [...] Cuius collis radices duo duabus ex partibus flumina subluebant. Ante id oppidum planities circiter milia passuum III in longitudinem patebat; reliquis ex omnibus partibus collis mediocri interiecto spatio pari altitudinis fastigio oppidum cingebant. »
(IT)
«La città di Alesia si trovava alla sommità di un colle molto elevato [...] Le radici di questo colle erano bagnate da due parti da due fiumi. Davanti alla città si estendeva una pianura di circa tre miglia, dagli altri lati la città era circondata da colli di uguale altezza posti a non molta distanza. »
(Gaio Giulio Cesare, De bello gallico, VII, 69, Rizzoli, Milano, trad.: F.Brindesi )

La localizzazione

Chaux-des-Crotenay

Basandosi sul testo di Cesare e su un passaggio di Cassio Dione che situa Alesia nel territorio dei Sequani, l'archeologo André Berthier propone il sito di Chaux-des-Crotenay (Giura nella Franca Contea). Ricerche preliminari avrebbero rivelato, secondo lo studioso e i suoi seguaci, un completo sistema di fortificazioni come descritte nel De bello gallico, della mobilia contemporanea alla battaglia e i resti della cinta di un grosso centro abitato sulla cima della collina.
I detrattori di questa ipotesi criticano il carattere astratto della metodologia, la mancanza di scoperte certe (materiale datato per stratigrafia e tipologia) e sul carattere eccezionale che mostrerebbe il sito all'interno della tipologia degli oppida celtici del periodo. Infine, 31 sondaggi effettuati dall'Institut National de Recherches Archéologiques Préventives non hanno fornito alcun risultato.

Alise-Sainte-Reine

Durante il regno di Napoleone III Alesia era stata localizzata in cima al monte Auxois, presso la moderna cittadina di Alise-Sainte-Reine (Côte-d'Or, in Borgogna), ma questa localizzazione sembrerebbe non coincidere con la descrizione della battaglia fornita da Cesare.

La localizzazione ad Alise è una delle più antiche fra quelle proposte e trova ovvia origine nell'assonanza Alise-Alesia. Le ricerche effettuate durante il regno di Napoleone III vi hanno scoperto un vasto insieme di fortificazioni (fossati, palizzate) attorno all'oppidum gallico e materiale importante la cui datazione non è ben determinata a causa delle metodologie di scavo e ricerca del 1860.
La scoperta di una stele d'epoca gallo-romana con la scritta "ALIISIA" viene utilizzata dai partigiani di questo sito. Poiché davanti alla "A" la stele è rotta, si può supporre che ci potessero essere altre lettere prima di Aliisia e, anche se lo spazio vuoto è piuttosto largo rispetto agli spazi fra le lettere, una variazione di quelle dimensioni non sarebbe troppo rara nell'epigrafia latina. Inoltre la scoperta, nel 1970, di alcune tessere di piombo confermerebbero che il nome del sito cominciava per ALI. Dopo gli scavi del periodo di Napoleone III il sito è stato riconosciuto ufficialmente come quello di Alesia.

Poiché la querelle fra i siti non si spegneva (e d'altra parte non si spegne tuttora), nel 1990 sono state effettuate altre ricerche da parte di una spedizione franco-tedesca i cui risultati sono stati pubblicati recentemente. Questi confermano i ritrovamenti e la topografia rilevata nell'800 ed è venuto alla luce altro materiale, fra cui una palla da fionda con il nome di Labieno, il legato di Cesare.

La citazione di Cassio Dione non viene considerata veramente probante per rifiutare la localizzazione di Alise. Lo storico greco, vissuto molto dopo gli avvenimenti (inizio del III secolo), offre un'annotazione rapida e difficilmente sarebbe stato in grado di trovare nuovamente la capitale dei Mandubii ed è in dubbio che ci abbia provato. Si può supporre che sia stato tratto in inganno dalle fonti e specificamente da alcune ambiguità nell'opera di Plutarco.

Il corpus delle monete ritrovate nel XIX secolo offre un supporto importante al sito di Alise. I ritrovamenti furono accusati di essere dei falsi ma le conoscenze attuali (che non si avevano nell'800) permettono di attestarne l'autenticità. Inoltre la grande varietà di monete galliche, provenienti da svariate regioni potrebbero dimostrare proprio la diversità di composizione della coalizione anti-romana. L'insieme delle monete ritrovate nei recenti scavi mostrano una composizione simile a quella degli scavi napoleonici e i recenti progressi della numismatica celtica non hanno portato alcuna contraddizione ai ritrovamenti fatti ad Alise. Anzi.

Alise-Sainte-Reine resta quindi la localizzazione ufficiale, e per ora più credibile, di Alesia. Il sito mostra in modo drammatico al visitatore, anche non esperto, l'ineluttabilità del destino degli assediati, e l'imponenza delle opere di fortificazione poste in atto.

L'assedio e la battaglia

L'esercito romano era comandato da Cesare, aiutato dai comandanti di cavalleria Marco Antonio, Tito Labieno e Gaio Trebonio, mentre la coalizione delle tribù galliche si era riunita sotto la guida di Vercingetorige, re degli Arverni. Alesia fu l'ultimo fra i grandi scontri tra Galli e Romani e marcò il punto di svolta delle guerre galliche in favore di Roma.

L'assedio di Alesia è considerato uno dei più grandi successi militari di Cesare e ancora è uno dei classici esempi di assedio e accerchiamento. L'evento è descritto da diversi autori contemporanei, incluso lo stesso Cesare attraverso il suo De bello gallico. Dopo la vittoria romana, la Gallia fu soggiogata e divenne provincia romana. In seguito il rifiuto del Senato romano di concedere a Cesare l'onore del trionfo per i suoi successi contribuì a portare alla guerra civile del 4945 a.C.

La città era stata scelta dai Galli come sede del comando generale della guerra, per la sua sacralità e per la sua posizione ben difesa, come riferisce lo stesso Cesare. La scelta si rivelò invece una trappola, poiché le imponenti contro difese costruite dall'esercito assediante riuscirono a bloccare del tutto i rifornimenti agli assediati ed ostacolarono l'arrivo di soccorsi da altre regioni.

Inadatti alle armi, i Mandubi, proprietari della città, furono costretti dall'esercito di coalizione ad allontanarsi a causa della grave carenza di cibo. Si offrirono quindi prigionieri all'esercito romano, ma furono rifiutati, in quanto in quel momento delicato anche l'esercito di Cesare aveva risorse razionate ed i prigionieri andavano sorvegliati, oltre che sfamati ed ospitati. I Mandubi furono quindi costretti a vagare in un territorio già devastato da continue campagne militari, con esigue possibilità di sopravvivenza.

L'esercito di coalizione si gettò alla fine in una disperata carica contro l'esercito degli assedianti, in posizione privilegiata, nel tentativo di ricongiungersi con i rinforzi che ormai si potevano vedere avanzare nella pianura. Seguì un massacro, in cui uomini e cavalli caddero gli uni sugli altri, travolti solo in parte dalle perfette opere d'assedio messe in atto dai Romani, e in gran parte condannati dalla stessa asperità dei luoghi dov'erano rifugiati e che avrebbero dovuto proteggerli.

Preludio

Giulio Cesare
Giulio Cesare


Giulio Cesare arrivò in Gallia a partire dal 58 a.C.. Era consuetudine che i consoli, gli ufficiali più alti di Roma, alla fine del loro mandato fossero nominati governatori in una delle Provincie dal Senato Romano.

Grazie agli accordi del primo triumvirato, l'alleanza politica non ufficiale con Pompeo e Crasso, Cesare, dopo il suo consolato del 59 a.C., fu nominato governatore della Gallia Cisalpina (la regione fra le Alpi, gli Appennini, l'Adriatico), e la Gallia Transalpina ("Gallia oltre le Alpi"). Con un imperium in qualità di proconsole, disponeva di un potere assoluto in queste regioni.

Cesare sconfisse una ad una le tribù galliche come gli Elvezi, i Belgi, ed i Nervi, e siglò un impegno d'alleanza con molti altri. I continui successi delle guerre galliche portarono un'enorme quantità di ricchezze alla repubblica in bottini di guerra e nuove terre da tassare. Cesare stesso divenne molto ricco da quando cominciò a trarre benefici dalla vendita di prigionieri di guerra.

Ma il successo e la fama porteranno anche nemici. Il primo triumvirato di fatto decadde nel 53 a.C. in seguito alla morte di Giulia (figlia di Cesare e moglie di Pompeo) e a quella di Crasso nella battaglia di Carre e senza questa alleanza politica con Pompeo, gli optimates, uomini come Marco Porcio Catone, cominciarono a combattere contro Cesare, accusandolo di voler rovesciare la repubblica con l'intento di diventare re di Roma.

Nell'inverno del 54–53 a.C., gli Eburoni in precedenza pacificati, comandati da Ambiorige, si ribellarono contro l'invasione romana e distrussero la XIV legione in un'imboscata attentamente pianificata. Questo fu il più pesante colpo che Cesare subì nella sua strategia per la Gallia, che gli costò un quarto delle sue truppe, mentre l'evolversi della situazione politica a Roma gli impedì di ricevere rinforzi. La ribellione degli Eburoni fu la prima chiara sconfitta Romana in Gallia e inspirò un diffuso sentimento di nazionalismo e di ribellione. Ci volle quasi un anno, ma Cesare riuscì a riprendere il controllo della Gallia e a riappacificare le tribù. Tuttavia, le agitazioni in Gallia non erano finite. Le tribù galliche stavano per arrivare alla conclusione che solo unite potevano ottenere l'indipendenza da Roma. Un concilio generale fu organizzato a Bibracte grazie all'iniziativa degli Edui, che erano stati fino ad allora fedeli alleati di Cesare. Solo i Remi ed i Lingoni preferirono mantenere l'alleanza con Roma. Il concilio nominò Vercingetorige, re degli Arverni, comandante degli eserciti galli uniti.

Cesare era accampato per l'inverno nella Gallia Cisalpina, ignaro dell'alleanza stretta contro di lui. Il primo segnale della coalizione gallica si manifestò quando i Carnuti uccisero tutti i coloni romani nella città di Cenabum (la moderna Orléans). Questo scoppio di violenza fu seguito dal massacro di tutti i cittadini romani, mercanti e coloni, nelle principali città galliche. Venuto a conoscenza di tali eventi, Cesare radunò rapidamente i suoi uomini e attraversò le Alpi, ancora coperte dalle nevi, portandosi al centro della Gallia. Queste operazioni furono svolte in così breve tempo da permettere a Cesare di attaccare di sorpresa le tribù galliche. Egli divise le proprie forze mandando quattro legioni con Tito Labieno per combattere i Senoni ed i Parisi a nord. Cesare stesso si mise all'inseguimento di Vercingetorge con sei legioni e la cavalleria alleata dei Germani. I due eserciti s’incontrarono nella collina fortificata di Gergovia, dove Vercingetorige aveva una forte posizione difensiva. Cesare fu costretto alla ritirata per evitare una totale sconfitta, a seguito delle forti perdite nelle sue fila. Nell'estate del 52 a.C., si susseguirono vari combattimenti fra le cavallerie, con cui Cesare riuscì nel tentativo di disperdere l'esercito gallico. Vercingetorige decise che non era il momento adatto per lanciarsi in una battaglia più grossa, e si radunò nel forte dei Mandubi, Alesia.

Assedio

Le fortificazioni costruite da Cesare ad Alesia secondo le ipotesi della locazione ad Alise-sainte-Reine Riquadro: la croce indica la posizione di Alesia in Gallia (la moderna Francia). L'apertura all'interno del cerchio mostra un punto debole nella linea di controvallazione
Le fortificazioni costruite da Cesare ad Alesia secondo le ipotesi della locazione ad Alise-sainte-Reine
Riquadro: la croce indica la posizione di Alesia in Gallia (la moderna Francia). L'apertura all'interno del cerchio mostra un punto debole nella linea di controvallazione
Assedio di Alesia
Conflitto Guerre galliche
Data 52 a.C.
Luogo Alesia, monti della Giura o Costa d'Oro
Esito Vittoria romana
Combattenti
Coalizione gallica Esercito romano
Comandanti
Vercingetorige Giulio Cesare
Forze presenti (secondo le fonti di Cesare)
80 000 Fanti
e 12 000 Cavalieri nell'oppidum + 246 000 dell'esercito di soccorso
10 o 12 legioni romane
ovvero 72 000 Fanti, e la cavalleria germana (circa 10 000)
Perdite
150 000 caduti, 70 000 deportati 8.000

Alesia era su una posizione fortificata in cima ad una collina con spiccate caratteristiche difensive, circondata a valle da fiumi. Per tali ragioni Cesare convenne che un attacco frontale sarebbe stato un suicidio ed optò per un assedio, confidando di costringere i Galli alla resa per l'inedia. Considerando che circa 80 000 soldati si erano barricati assieme alla popolazione civile locale, non ci sarebbe voluto molto tempo a stremarli. Per garantire un perfetto blocco, Cesare ordinò la costruzione di una serie di fortificazioni, chiamata "circonvallazione", attorno Alesia. I dettagli di quest’opera ingegneristica sono descritti da Cesare nei Commentari e dagli scavi archeologici nel sito. Nel tempo record di tre settimane furono innalzati circa 18 chilometri di fortificazioni alte 4 metri, 27 fortilizi (castella). L'interno di questa fortificazione era lambito da due fosse larghe quattro metri e mezzo e profonde circa uno e mezzo. La fossa più vicina alla fortificazione fu riempita con l'acqua dei fiumi circostanti. Erano necessarie considerabili capacità ingegneristiche per una tale opera, ma non nuove per uomini come gli edili, gli ufficiali di Roma, che una volta avevano deviato il Tevere verso il Circo Massimo per la simulazione di una battaglia navale, come forma di pubblico intrattenimento e che pochi anni prima, in 10 giorni, avevano costruito un ponte attraverso il Reno con somma meraviglia dei Germani. Queste fortificazioni erano rinforzate da trappole e profonde buche davanti al fossato, e torri d'avvistamento equidistanti presidiate dall'artiglieria Romana.

La cavalleria di Vercingetorige attaccò spesso durante i lavori di costruzione nel tentativo di evitare il completo accerchiamento. La cavalleria ausiliaria dei Germani dimostrò ancora una volta il suo valore tenendo a bada gli attacchi. Dopo circa due settimane di lavori, un distaccamento della cavalleria dei Galli tentò la fuga attraverso una sezione ancora non terminata delle fortificazioni. Anticipando il rischio che potesse giungere un esercito in aiuto ai Galli, Cesare ordinò la costruzione di una seconda linea di fortificazioni, la controvallazione, che era rivolta verso l'esterno e pose il proprio esercito tra le due fortificazioni. La fortificazione esterna era identica alla prima ma estesa per 21 chilometri e comprendeva quattro accampamenti di cavalleria. Questa serie di fortificazione avrebbero dovuto difendere l'esercito Romano quando sarebbero giunte le forze di soccorso a favore dei Galli: i Romani erano gli assedianti e pronti ad essere assediati.

A questo punto, le condizioni di vita ad Alesia stavano diventando insostenibilmente pessime. Con 80 000 soldati e la popolazione locale, troppe erano le persone ammucchiate all'interno del forte con troppo poco cibo per tutti. I Mandubi decisero di espellere le donne ed i bambini dalla cittadella nella speranza di risparmiare cibo per i soldati e sperando che Cesare potesse aprire una breccia nelle fortificazioni per lasciarli andare. Questa sarebbe potuta essere un'opportunità per rompere le linee Romane. Ma Cesare ordinò che nulla dovesse essere fatto per i civili e così le donne ed i bambini furono lasciati morire di fame in quella terra di nessuno fra le mura della città e le fortificazioni di assedio. Il crudele destino dei loro familiari peggiorò il già compromesso morale all'interno delle mura. Vercingetorige pur facendo enormi sforzi per cercare di tenere alto il morale, dovette affrontare la resa da alcuni dei suoi uomini. Tuttavia in quelle ore disperate giunsero delle forze in soccorso agli assediati (20 settembre), incoraggiandoli a resistere e combattere ancora un altro giorno.

Battaglia

21 settembre

I Galli, comandati da Commio, attaccarono la linea esterna di difesa di Cesare, mentre Vercingetorige sferrò un attacco simultaneo dall'interno: la superiorità numerica dei Galli diede loro un leggero vantaggio, ma nessuno dei tentativi ebbe successo anche grazie al fatto che l'esercito romano, oltre ad aver eretto delle fortificazioni con tante insidie, disponeva anche di catapulte e scorpioni, tanto che al tramonto i combattimenti erano conclusi.

Notte fra il 22 e 23 settembre

Il giorno seguente l'attacco dei Galli avvenne durante la notte. Questa volta ebbero più successo e Cesare fu costretto ad abbandonare alcune sezioni delle sue fortificazioni. Solo grazie alla rapidità nella risposta della cavalleria guidata da Antonio e Gaio Trebonio salvò i Romani dalla sconfitta. Anche la linea interna fu attaccata, ma la presenza delle fosse e delle trappole antiuomo come le barriere di tronchi appuntiti conficcati nel suolo e le buche con punte acuminate che gli uomini di Vercingetorige si trovarono a dover attraversare, rallentarono (e uccisero in gran numero) abbastanza l'attacco impedendo loro di sorprendere l'avversario. All'imbrunire i Galli furono costretti alla ritirata dopo essere stati respinti due volte dalle forze guidate da Antonio e Trebonio. Ora anche l'esercito Romano versava in condizioni precarie. Ritrovandosi loro stessi assediati, pur essendo allo stremo delle forze, cominciarono a razionare il cibo.

Mezzogiorno del 24 settembre

Nel giorno successivo Vercassivellauno, un cugino di Vercengetorige, lanciò un attacco di massa con 60.000 uomini, focalizzandolo in un punto debole nelle fortificazioni Romane (L'apertura nel cerchio illustrata in figura) che Cesare cercò di nascondere, ma che fu scoperto dai Galli. Nell'area in questione, per via delle caratteristiche naturali della zona, non fu possibile costruire un muro continuo. L'attacco fu sferrato in combinazione con le forze di Vercingetorige le quali pressarono ogni angolo delle fortificazioni interne. Cesare richiamò alla disciplina ed al coraggio i suoi uomini e semplicemente diede l'ordine di stringere le linee. Di persona galoppò attorno al perimetro per incoraggiare i suoi legionari. La cavalleria di Labieno fu mandata a supportare la difesa della breccia nelle fortificazioni. Con l'aumentare della pressione, Cesare fu costretto a contrattaccare l'offensiva interna e riuscì a respingere gli uomini di Vercingetorige. Nel frattempo la sezione guidata da Labieno era al limite del tracollo. Cesare intraprese una disperata misura e prese 13 coorti di cavalleria (circa 6.000 uomini) attaccò l'esercito soccorritore di 60.000 soldati. Quest'azione sorprese sia chi attaccava, sia chi difendeva. Nel vedere il loro comandante correre un tale rischio, gli uomini di Labieno raddoppiarono i loro sforzi ed i Galli lasciandosi prendere subito dal panico provarono a ritirarsi. Come in altri esempi di guerre nell'antichità, l'indietreggiare non allineato rese l'esercito una facile preda per le disciplinate milizie romane inseguitrici.

Notte fra il 24 e 25 Settembre

Vercingetorige getta le armi ai piedi di Cesare. Lionel-Noël Royer, 1899
Vercingetorige getta le armi ai piedi di Cesare. Lionel-Noël Royer, 1899

I Galli scappati in ritirata furono inseguiti e massacrati ma tanti furono anche quelli catturati. Cesare nei suoi Commentarii rimarca che i Galli si salvarono dal completo annientamento solo per il fatto che i suoi uomini erano ormai esausti per le battaglie sostenute e per l'inseguimento.

26 Settembre

Ad Alesia, Vercingetorige fu testimone della sconfitta dell'esercito giunto in suo soccorso. A causa della fame e del basso morale, fu costretto ad una resa senza duello finale. Il giorno dopo, il comandante Gallico con fierezza depose le sue armi a Giulio Cesare, mettendo fine all'assedio di Alesia.

Le conseguenze

Alesia si rivelò la fine della resistenza sia di tribù individuali, sia organizzata all'invasione Romana in Gallia. Il paese fu così sottomesso diventando una Provincia Romana e fu ulteriormente suddivisa in varie piccole divisione amministrative. Fino alla crisi del III secolo d.C. non ci furono altri movimenti indipendentisti (vedi Impero delle Gallie). I soldati di Alesia, così come i sopravissuti dell'esercito di soccorso, furono fatti prigionieri. In parte furono venduti come schiavi ed in parte ceduti come bottino di guerra ai legionari di Cesare, ad eccezione dei membri facenti parte delle tribù Edui e degli Arveni che furono liberati e perdonati per salvaguardare l'alleanza di queste importanti tribù con Roma.

Per Cesare, Alesia costituì un importante successo sia militare che politico. Il senato, manipolato da Catone e Pompeo, proclamò 20 giorni di festeggiamenti per questa vittoria, ma rifiutò a Cesare l'onore di celebrare una parata di trionfo, il culmine della carriera per ogni generale. Le tensioni politiche aumentarono e due anni dopo, nel 50 a.C., quando Cesare attraversò il Rubicone, queste precipitarono nella guerra civile di Roma del 4945 a.C., che Cesare vinse. Dopo essere stato eletto console, per tutta la durata della guerra, e dopo essere stata nominato temporaneamente dittatore, fu finalmente nominato dictator perpetuus (dittatore a vita), dal Senato Romano nel 44 a.C.. I suoi crescenti onori e potere personale spezzarono la tradizione delle origini repubblicane di Roma segnando così la fine della Repubblica di Roma e l'inizio dell'Impero Romano.

I comandanti della cavalleria di Cesare seguirono diverse strade. Labieno si schierò con gli Ottimati o Boni, la fazione aristocratica e conservativa durante la guerra civile, e fu ucciso nella battaglia di Munda nel 45 a.C.. Trebonio, uno dei più fidati tenenti di Cesare, fu nominato console, da Cesare, nel 45 a.C., e fu uno dei senatori implicati nell'assassinio di Cesare nelle Idi di Marzo (15 marzo) del 44 a.C.. Lui stesso venne assassinato un anno dopo. Antonio continuò ad essere convinto sostenitore di Cesare. Egli fu nominato da Cesare secondo comandante, come magister equitum, e rimase in carica a Roma per la maggior parte della durata della guerra civile. Nel 44 a.C. fu eletto console diventando così collega di Cesare. Dopo l'assassinio di Cesare, Antonio perseguì gli assassini e assunse il potere assoluto assieme ad Ottaviano (che più tardi diventerà Cesare Augusto), stringendo un'alleanza (Secondo Triumvirato) con Marco Emilio Lepido e Ottaviano, dal quale verrà poi sconfitto nel 31 a.C. nella battaglia di Azio. Durante l'alleanza fuggì in Egitto dalla regina Cleopatra, sua amante, ove si suicidarono l'anno successivo.

Vercingetore fu fatto prigioniero e trattato con onori regali nei cinque anni successivi, nell'attesa di essere esibito nella sfilata di trionfo di Cesare. Come era tradizione per i comandanti nemici catturati, alla fine della processione trionfale, fu rinchiuso nel Carcere Mamertino e strangolato.

Statua di Vercingetorige Posta da Napoleone III nel 1865 a Alise-Sainte-Reine
Statua di Vercingetorige Posta da Napoleone III nel 1865 a Alise-Sainte-Reine
 
Informazioni aggiuntive

Per molti anni, l'esatta locazione della battaglia è rimasta sconosciuta. Le principali ipotesi localizzavano Alesia in due città: Alesia nella Franca Contea ed a Alise-Sainte-Reine nella Costa d'oro. L'imperatore Napoleone III di Francia supportava la seconda ipotesi e nel 1860 durante gli scavi archeologici furono trovate tracce di accampamenti romani in quell'area. Egli quindi dedicò una statua a Vercingetorige in quelle rovine appena scoperte. L'esatta locazione di Alesia fu identificata ad Alise-Sainte-Reine da fotografie aeree nel 2004.

Tuttavia persistono dei dubbi sulla identificazione del sito con Alise-Sainte-Reine. Per esempio la topografia dell'area sembra non corrispondere con la descrizione fornita da Cesare. Il sito è anche troppo piccolo per poter ospitare 80.000 soldati con tutta l'attrezzatura ed il personale di supporto (Vedi rif. nella nota: [1]).

Un'altra teoria colloca la battaglia a Chaux-des-Crotenay ai piedi delle montagne del Giura. Ricerche preliminari a Chaux-de-Crotenay hanno riportato alla luce un completo sistema di fortificazioni Romane che corrispondono bene alla descrizione del sito fornita da Cesare. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per determinare in maniera definitiva l'esatta posizione di Alesia.

Nel fumetto di Asterix (Asterix e lo scudo degli Arverni), l'incerta locazione di Alesia è umoristicamente rappresentata come un riflesso dell'orgoglio gallico. L'albo ritrae Asterix e Obelix mentre incontrano altri Galli durante una campagna militare, che prontamente richiama alla vittoria di Vercingetorige nella Battaglia di Gergovia, ma rifiuta di parlare di Alesia insistendo che nessuno sa dove si trova.

È molto difficile disporre di un calcolo preciso riguardo alla grandezza numerica degli eserciti ed al numero di perdite umane subite. Tali grandezze sono sempre state un'arma di propaganda potente, e sono pertanto sospette. Cesare, nel suo De Bello Gallico, riferisce che l'esercito gallico giunto in soccorso contava 250.000 unità, probabilmente un'esagerazione per enfatizzare la sua vittoria. Sfortunatamente le uniche testimonianze scritte sono di fonte romana e quindi probabilmente alterate. Gli studiosi moderni ritengono che un numero di circa 80.000÷100.000 uomini sia più plausibile. L'unico fatto certo è che ogni uomo di Cesare ricevette un gallo come schiavo, significa che almeno 40.000 uomini, per lo più facenti parte dell'esercito assediato, furono catturati. L'esercito di soccorso probabilmente subì grosse perdite, come accadde a molti altri che, perduto l'assetto di battaglia, furono massacrati dai romani.(DAL WEB)


 

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